Dalla parte dei bocciati

Abbiamo sempre preferito i ribelli, gli sfigati, i deboli, i diseredati, i bocciati, i licenziati, i lasciati, i carcerati, i drogati, i condannati, i dannati. Abbiamo sempre amato gli ultimi della fila, della classe, i nani, i brutti, gli scemi, i matti, i pregiudicati. Ci siamo ritrovati con loro, non ce l’ha imposto nessuno, nemmeno Dio che, se c’è, ha altro a cui pensare. Abbiamo sempre sorriso coi barboni, i ciucci, i bulli e i bullizzati, i vagabondi, i pregiudicati, gli assassini e i futuri assassinati. Sfigati tra sfigati, professori ripetenti di scolari bocciati, musicisti squattrinati e amati, ci siamo stati. Errore dopo errore, spacciati. Siamo confinati, esclusi, sorvegliati. Schiaffo dopo schiaffo ci siamo induriti, amati. Arrabbiati, adesso e sempre, comunque. Perché è giusto esserlo. Spassandosela come non immaginereste mai. Siamo precipitati, aggrappati con le mani alla grandine staccata dal soffitto del cielo, impattando duri sull’asfalto e i marciapiedi crepati, nelle strade senza importanza di una città del cazzo come tante. Per cui, possiamo essere amici, non c’è problema. Ma se non sei sceso all’inferno e risalito al sole, se non hai mai vissuto la notte infinita di questo dolore senza nome, non capirai mai ciò di cui stiamo parlando. E sarà stato meglio per te. Bless!!

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Fallo e basta

Bisognerebbe avere più coraggio. Sbattere forte i pugni sul tavolo per ribadire, al di là del ricatto quotidiano sul posto di lavoro, la propria irriducibilità alla schiavitù. Farsi prendere dal benefico raptus che ti spinge a chiamare le cose e le persone col proprio nome. Egoista, sfruttatore, padrone. Sfruttamento, prevaricazione, abuso. Basterebbe restare bambini e dire sempre, come loro, la verità: “Sono stufo, me ne vado e tu non ci credi ancora”. Seguire la propria inclinazione fino in fondo, muovendosi senza pensarci troppo, anzi, pensandoci in movimento, sincronizzando l’azione con la ragione e l’anima. Servirebbe non calcolare tutte le conseguenze di un atto ogni volta che l’istinto ti spinge a compierlo e la prudenza a evitarlo. Farsi trascinare dall’entusiasmo andando incontro al destino, per evitare di diventare vecchi nella speranza che le cose cambino, facendo ogni giorno non semplicemente le stesse cose, ma le stesse  cose brutte e noiose. Bisognerebbe scendere in strada e spogliarsi di ambizioni, ansie, progetti e oggetti e vestirsi del tempo rubato e della vita svenduta. Come un writer impiegato che si licenzia e poco dopo disegna sulla porta d’ingresso del luogo di lavoro un enorme dito medio alzato. Basterebbe poter correre velocemente gridando la propria libertà al mondo, con un sorriso di beffa per i più forti e un ghigno amaro contro le brutture della vanagloria.

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Il voto e il vuoto

Infilavano le schede nelle urne lentamente, come se in quelle pagine ripiegate fosse inciso il destino dell’umanità. Dopo ritiravano il documento, lasciando con malinconia le aule della scuola elementare che li aveva accolti bambini. Se ne andavano soddisfatti: avevano sopportato pazientemente la fila in una domenica di sole, la carta di identità pronta nella mano destra, sorridendo un po’ imbarazzati ai vicini di casa, in fila anche loro. Per fare il proprio dovere di bravi cittadini, per partecipare alla scelta dei migliori. Qualcuno proseguiva verso la chiesa per la messa, altri si infilavano in auto diretti all’ipermercato. Le donne di casa tornavano al ragù e a svegliare i figli ventenni stonati dal sabato di ingenue follie. Qualcosa si poteva ancora fare, su qualcuno si doveva pur contare, per cambiare quella città rassegnata al peggio. E a pranzo le famiglie avrebbero discusso, divise sulle scelte e unite dalla stessa nuova e inattesa fiducia nel futuro, nelle persone. Intanto, a casa del candidato sindaco erano solo telefonate su previsioni, sondaggi e punti percentuali. Fino a quella dell’ex primo cittadino. Il candidato rispose: “Non preoccuparti caro, se vinco avrai il tuo posto in giunta, ho bisogno di qualcuno esperto”. E ancora una volta non sarebbe cambiato nulla.

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Uomini, donne, altro

Chi davvero ha le palle non ha bisogno di tirarle fuori. Chi davvero è un uomo non prevarica con la forza, convince con il ragionamento. Un vero duro si riconosce dalla morbidezza dei toni, dall’impassibilità con cui incassa un brutto colpo, dalla voglia di ricominciare, dalla rabbia che la sua calma scatena nell’avversario. Chi, davvero, è un uomo? Un collezionista di amanti, un asceta asessuato, un marito fedele o un lavoratore compulsivo? Cosa significa essere uomini, in definitiva? Poco meno di niente, se escludi l’anatomia e i privilegi di cui puoi godere in un paese arretrato. A parte il fatto che, a dirla tutta, ci vogliono molte più palle nell’essere donna, in questo paese reazionario e ammuffito. Per non parlare degli altri generi. E Il genere, in definitiva, cos’è? I generi, cosa sono? Forse siamo un unico genere, una sola scatola di colori, alcuni netti, altri sfumati, dal tutto nero al tutto bianco. E la sostanza resta la stessa. Anche se alcuni si accaniscono nel volerla catalogare, come venditori che appiccicano targhette sugli scaffali per distinguere la merce. Noi non compriamo, amiamo. Ci dite che siamo in vendita, è una menzogna. Perché siamo beni inestimabili. E non ve lo potreste mai permettere.

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Noi che non cadiamo in piedi

Non ci sono più parole per dirvi quanto ci fate schifo. Né alibi alla vostra presunzione. Siete i degni eredi di tutte le classi dirigenti italiane, parassitarie, arroganti, incompetenti, inconcludenti. Ministri e manager di grandi aziende, massoni e presidenti, direttori generali e medici primari di nomina politica, alti comandi militari con la divisa splendente e la voce grossa, piccoli burocrati rozzi e corrotti, avidi imprenditori senza scrupoli: cadete sempre in piedi. Il tempo passa, la gente cambia, ma voi sempre lì, inavvicinabili sacerdoti di un potere che si riproduce, identico, odioso, ineluttabile. E mentre i lavoratori annaspano, i disoccupati emigrano, i pensionati digiunano, i giovani invecchiano e gli indebitati si impiccano, venite a farci la morale. Che coraggio. Altro che uccidervi bisogna. Non è da noi. Piuttosto, vi condanniamo alla pena peggiore, la più insopportabile e dolorosa per mani lisce come le vostre: in nome del popolo italiano vi condanniamo a lavorare. A guadagnare mille euro al mese, a fare il pieno di benzina a due euro al litro, a diluire i debiti con Equitalia un euro al giorno, a cancellare gratis qualsiasi ipotesi di futuro. In nome del popolo italiano vi condanniamo a risarcirci del tempo rubato, del coraggio sprecato, del talento umiliato, dell’avvenire fottuto. In nome del popolo italiano, in nome di tutte le opportunità tradite, vi condanniamo a sopravvivere quaggiù, in questa barca senza timoniere nella tempesta, alla mercé di pezzi di merda come voi.

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Nati oggi

Tu dormi. E nulla ti scuote dal tuo sonno bambino. Elefanti azzurri e dorati ballano per te nella notte, leggeri come farfalle: non sono mai nati, non moriranno mai. Tu sogni e ridi con gli angeli, ancora imbevuto dall’assenza di tempo che hai appena lasciato. Ti siedi frastornato fra noi: benvenuto!  Sei appena salito sul treno che ci porta dove non è dato sapere. Vagoni festanti di luce, la notte, attraversiamo l’interminabile pianura. Tu piangi, ma di stupita felicità. Respiri quest’aria che profuma di fiori: la senti, non la vedi. Stringi forte i pugni, ancora aggrappato al ventre che abitasti, caldo e protetto. Ma adesso ti  aggrappi a un’altra madre, in un altro ventre, di pareti rivestite di azzurro e nuvole bianche, sopra. Di rosso di terra e passione, sotto di te. Tu dormi, creatura recente. E cresci di un soffio ogni istante, lentissimo. Se guardo i tuoi occhi abbagliati dal mondo ritrovo la luce di un tempo, capisco che cosa mi manca di allora e cos’è che ho scoperto di nuovo: il puro piacere di essere; la dolorosa coscienza di esistere. E allora dormi, tranquillo e sereno, non potrò che vegliare il tuo sonno. Elefanti volanti e draghi benigni resteranno con te questa notte, a raccontarti la favola del mondo e sussurrarti dolcemente all’orecchio che tutto andrà bene.

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Oro

Fra le tue mani hai raccolto ciò che mi serve. Me lo hai lasciato prendere senza paura di sbagliare, né di essere mal ripagata da me.  Non ho fatto niente per meritarmelo, non l’avrei mai meritato, ma questo non ti interessava affatto. Hai versato oro sui miei capelli, tutto quello che avevi, tutto ciò che ho. Mi hai insegnato a sorridere, con fatica e tenacia perché non volevo, sciogliendo quel grumo di rabbia ostinata che nacque con me. Adesso ti sento, in questa carne che esplode di vita a metà del giorno. E non sono più niente, se il mio cibo non ha il tuo sapore e il bicchiere posato sul tavolo è quello che ho preso da solo. Fra le tue mani ho riposto l’infinita dolcezza del mondo, perché so che il suo posto è lì sopra e non la lascerai cadere. Ti ho sempre sentita al di sopra del mondo e qui dentro, mentre il circo di folli qua attorno si scatenava e mi veniva la nausea. Fra le mie mani ho raccolto i tuoi capelli, ti ho accarezzata come fossi un bambino e non pensavo più a nulla. Adesso son qui, pronto finalmente a tutto, perché tutto il piacere e il sapore del bello e del buono e la luce del giorno profumano di te.      

                  

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