Lo pensi, lo scrivi, lo fai

serrati

serrati

Sarebbe bello potersi sentire, almeno per una volta nella vita, uniti. Affrontare le difficoltà insieme, sostenendo con le braccia di tutti il peso della necessità che ci schiaccia. Per poterlo reggere meglio e per sempre. Spendere una parola in più, da regalare a qualcuno, come un assegno in bianco che copra un debito di significato, che sazi la fame di conversazione, quando non c’è nessuno per strada e mille finestre illuminano la solitudine con luci crudeli di tv. Sarebbe opportuno riuscire a restare, almeno per una volta nella nostra vita, uniti. Perché nessuno dei nostri avversari, in quel momento, avrebbe la forza e la voglia di farci del male. Sarebbe grandioso riuscire a ritrovarsi tutti. Un altro giorno ancora. Come ieri. Oppure come un giorno completamente diverso. Con tutta la libertà di scegliere di chi non conta. Sarebbe bello potersi sentire, almeno per una volta nella vita, se stessi. Perché non abbiamo da difendere imperi, fedi, ortodossie, poteri. Dobbiamo e dovremo difendere solo la nostra pelle. La pelle dei più. Sarebbe bello sì. Così bello che questa sera scenderò per strada, raggiungerò la mia gente. Sfilerò con loro  sotto la pioggia, nella luce dell’inattualità inopportuna, per alleggerire nell’abbraccio rabbioso del gruppo compatto l’ingiustizia che ci opprime ogni giorno.

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Sulla stessa strada

I  nostri padri  e le nostre madri  sognarono e crearono realmente un mondo diverso. Violentarono il passato, aprirono nuove strade e pensarono nuove idee, costruirono ponti tra i popoli. Le nostre madri, i nostri padri –  con gli occhiali di osso, gli abiti scuri e le cravatte nere che rimbalzavano sulle camicie bianche inamidate, mentre correvano allegri nei cortei – vissero anni di speranze e rivolgimenti felici e sofferti. Figli della Resistenza, giovani degli anni Sessanta, genitori della grande crisi, mai avrebbero immaginato questo tempo di indici al ribasso, questo scherzo dell’ultramoderno che ingrigisce gli animi e fa strage di ipotesi. Cantammo con loro canzoni di lotta, nelle Cinquecento stracariche di bambini e col tettuccio aperto, per tutte le estati pastello degli anni Settanta, quando le loro idee si fecero vita. Quando festeggiammo, insieme, la chiusura dei manicomi. Quando vedemmo in tv, insieme, il sangue di via Fani. Attraversammo gli Ottanta, proprio quelli dei paninari, nostri vicini di banco a scuola. Cadde il Muro, ne costruirono altri. Per ogni trattato di pace, una nuova guerra. Lasciammo orme di Pantera e messaggi sui muri, ci prendemmo spazi urbani abbandonati per riempirli di senso e libertà. Iniziò il secondo millennio, sull’asfalto di piazza Alimonda, nella nube di Ground Zero. Da una guerra all’altra, crisi dentro crisi, sempre  più in fondo. Le nostre madri e i nostri padri ci guardano spaventati, dopo aver fatto tutto ciò che potevano. Li ringraziamo, li abbracciamo, gli diciamo di non preoccuparsi. E’ il nostro tempo. E ce lo prenderemo costi quel che costi.

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Un’altra Europa

L’Europa che vogliamo non parla una sola lingua, né un solo linguaggio. E’ un insieme di villaggi vicini. Una rete di sentieri che collega innumerevoli e diversissime città. L’Europa che siamo si chiama pace e diritto, pensiero e conquiste lunghe secoli. Millenni di pensieri. Differenze conviviali. Cittadini solidali. L’Europa che abbandoniamo è il dominio del mercato, del profitto e della rapina. La diseguaglianza sociale. La tutela dei vecchi  e nuovi ricchi, la creazione di nuovi poveri. La cancellazione della dignità dei popoli, le guerre tra disperati dai colori diversi e dai medesimi bisogni. L’Europa che facciamo nasce adesso, sotto la pioggia acida della crisi che corrode gli ombrelli e ci brucia e ci bagna tutti. L’Europa che sfonda gli argini delle capitali con le onde di piena della rabbia, della gioia, sotto questo tempo bugiardo che ci fa sentire tutti un po’ inappropriati, fuori luogo, fuori dalla nostra casa e da noi stessi.  Stranieri. Ovunque. L’Europa che vogliamo si chiama pianeta, un pezzo di terra finalmente in pace. Qualcuno lo scorge da lontano e dice: “Sono a casa”.

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Chiedilo all’Ilva

Taras. Taranto. Tra due mari e due fuochi. Tra la salute e il lavoro. Taras, città dei greci, Arcadia cantata e perduta. Nuvole rosse ti soffocano da troppo tempo: chi ripagherà i respiri negati? Taranto blu di mare e di lastre di acciaio che riflettono il cielo. Di uniformi marinare. Di specchi d’acqua rubati e occupati dal grigio di navi di ferro e cannoni. Taranto terra di arance e di uva, di limoni profumati e ulivi secolari, di mare grosso e pescoso, di campagne abbandonate in fretta per seguire il progresso, lasciando l’aratro per la saldatrice, il mulo per la chiave inglese. Tarentum stupenda e massacrata, saccheggiata, triste e dimenticata. Taras tradita e tumorale, troppo bella per resistere a lungo. Taranto antica, antichissima, orgiastica e dionisiaca, ribelle ai romani e piegata all’impero ieri, agli spietati appetiti industriali oggi. Taras che risorge dall’acqua, sul dorso di un delfino, per cacciare gli occupanti e fare pace con la terra. Taranto che torna a brillare di vita, si riveste dopo una notte orribile ma si guarda allo specchio e dice: “Sono bellissima”.

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Non vi aspetto

Raccogli tutti i baci che puoi fino all’ultimo giorno, con la rete, sotto l’albero, quando il frutto è maturo. Ridi tutte le risate che puoi, non lasciare che si spengano quando fa freddo e tutto sembra non avere più alcun senso. L’esistenza è una bellissima puttana che ci ha fatto perdere la testa. E allora vada come vada, perderemo la testa, pagheremo e perderemo tutto, ma vivremo la vita che abbiamo scelto, senza pentircene mai. Cancella i vecchi errori e fai posto ai nuovi. Fai quello che vuoi o non fare niente, se è quello che vuoi. Goditi ogni istante al sole nero di questa terra rossa, di sangue e passione raggrumata, di pugni in faccia e nasi rotti, di lotte contadine e furti di santi, di tutte le cose dimenticate al sole e indurite a tal punto da sembrare tutte uguali. E tutte uguali non sono. Goditi la dance-hall, il party, il club, tuo figlio, il surf, la jam, la cena da amici, un giorno di mare, un pianto che fa bene, la notte d’amore che non avresti mai immaginato, nemmeno nei sogni più improbabili. Porta tutto con te, è quello che sei, che siamo. E’ tutto quello che vogliamo.

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Ce la faremo

Attraversiamo questo pezzo di mare nella speranza di farcela. Clandestini al mondo, assetati  in una bolla di sale che rimbalza sul mare, non potrete più fermarci. Perché siamo l’acqua che invade e non disseta, il mare che ti sfiora e abbandona, il vento che tradisce la pelle, illudendola di fresco mentre brucia ai raggi del sole.  Siamo doni rifiutati, omaggi oltraggiati, patti traditi e amici abbandonati. Siamo rabbia e rivolta, quando ci guardiamo attorno e siamo rimasti in pochi a correre lungo la linea, gli altri caduti. E non abbiamo potuto raccoglierli né fermarci. Siamo l’amore tradito e il sogno annegato, la bellezza del fiore di un giorno, l’illimitato desiderio di giustizia che non ci lascerà mai tranquilli e sazi. Siamo molti o pochi, a seconda del tempo e del vento, che ci spinge avanti o ci lascia marcire nella bonaccia, senza  un senso né un ordine, schiacciati dalla luna che gonfia il mare disperato. Siamo il futuro che non c’era e il passato da dimenticare, la povertà dei padri e l’orgoglio della Terra. Siamo stranieri a casa, cittadini globali  senza passaporto. Siamo parole d’amore sussurrate nella notte e di odio urlato al giorno che nasce, assurdo e crudele, in questo pezzo di universo in dismissione che continua a innamorarci, incredibilmente, ancora.

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Grazie

Grazie al cielo. Alle madri e ai padri che ci hanno voluto, agli amici e alle amiche in dono, a questa giornata di sole strappata alle tenebre, a questo giorno in più. Grazie al vostro pensiero femmina che ci batte sempre, alle attenzioni mai chieste e sempre ricevute, alla speranza di un domani migliore e di un oggi sereno, grazie a voi: vi amiamo male e mai come vorreste. Grazie ai gatti sfregiati di città che ci attraversano la strada, a quelli neri, piccoli puma rissosi e perseguitati. Grazie di tutto, destino neutro e imprevedibile che ci rendi la vita difficile e ci fai pagare pegno, per poi regalarci pezzi di felicità che a loro volta ripagano il conto. Tutto bene? Non esattamente, ma grazie lo stesso, come se ci salutassimo una sola volta nella vita ma con gratitudine, affacciandoci ai finestrini di due treni in corsa in senso inverso che si sfiorano e facendoci ciao con la mano, faccia a faccia per una frazione di secondi che varrà per sempre, ognuno proseguendo il proprio cammino altrove.

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